giovedì 23 luglio 2015

Non basta la depressione per arrivare a un figlicidio

Non ci sono mamme cattive, ci sono mamme che stanno male e che devono essere aiutate. Prima di arrivare a situazioni estreme, ci sono segni di malessere che si protraggono da anni, da mesi, da giorni. Chi sta vicino ha il dovere di coglierli. Per le mamme un monito: rifuggite dal mito della mamma perfetta. E’ una pericolosa fregatura


La vicenda del piccolo Loris ha scosso tutte noi mamme. Noi mamme giornaliste, noi mamme che commentiamo su Facebook, noi mamme che ogni giorno affrontiamo le piccole e grandi difficoltà che la maternità comporta. Che cerchiamo di fare del nostro meglio, che ci sembra di non fare mai abbastanza e che tante volte ci esasperiamo con i nostri figli. Ma che mai e poi mai saremmo capaci di far loro del male. Eppure, quando i media ci buttano in faccia queste notizie, ci assale la paura che un momento di rabbia, di follia, possa capitare a chiunque e possa portarci chissà dove.

Ma non è così, prima di arrivare a situazioni così estreme ci sono segnali di malessere pesante che si protraggono da anni, da mesi, da giorni e che chi ci sta vicino non può non aver colto e che ha la responsabilità di cogliere. Abbiamo chiesto di spiegarcelo a una mamma psicologa e criminologa, Alessandra Bramante, dottore di ricerca in neuroscienze, che ha condotto una ricerca proprio sulla prevenzione degli atti auto ed etero lesivi nelle mamme e sull’argomento ha anche scritto il libro: “Fare e disfare…dall’amore alla distruttività. Il figlicidio materno” (Ed. Aracne, Roma, 2005).

Perché una mamma può arrivare a uccidere suo figlio?
Perché è una donna che sta molto male, nella quale si sommano una serie di fattori per cui quella mamma non vede davanti a sé altra via d’uscita. Come nel caso della mamma di Loris: non sappiamo ancora se sia stata lei e non possiamo giungere a conclusioni facili e affrettate, però da quel che sta emergendo si tratta di una donna con un passato molto tormentato, con due tentativi di suicidi alle spalle, un padre che non era suo padre e il vero padre che non l’ha mai voluta, un rapporto difficile con la madre, un marito che non stava mai a casa. E poi la gravidanza arrivata poco dopo il secondo tentativo di suicidio, quindi in un periodo molto delicato della sua vita. Una vita costellata da traumi e tanta, tanta solitudine.

Quindi non basta una ‘semplice’ depressione post partum o uno scatto d’ira…
Assolutamente no. Per arrivare a certi estremi ci sono sempre fattori concomitanti, tutti gravi: donne che già in passato avevano sofferto di patologie psichiatriche o che avevano famigliari con patologie psichiatriche, che avevano subito traumi infantili, avevano assistito a violenze o avevano subito abusi. E, ancora una volta, la solitudine. Che non significa vivere sole, ma sentirsi isolate anche all’interno di un contesto famigliare, perché mancava sostegno, comprensione.

Con la depressione post partum non si uccide, questo va sottolineato. Quando succedono episodi del genere le mamme si spaventano, soprattutto se si tratta di un bambino piccolo, e pensano subito che possa esserci di mezzo la depressione post partum. È una patologia seria, certo, però se intercettata e curata in tempo, si risolve anche in tempi brevi e una donna può riprendersi la sua maternità ricominciare a essere felice. Così come non si arriva a certi estremi in un attimo: se si va ad indagare sulle vicende di figlicidio, si scopre che già da giorni, settimane o anche mesi c’erano segni evidenti di un malessere grave, che peggiorano nel tempo e di cui è difficile che chi sta intorno alla donna non si renda conto.

Quali possono essere questi segni di grave malessere? 
Un fattore di rischio potentissimo è l’insonnia, dovuta non al fatto che il bambino si sveglia durante la notte ma proprio a uno stato di agitazione della mamma che non la fa dormire anche per tanti giorni di seguito. E poi la mamma assume comportamenti strani: molte delle donne che avevano ucciso i figli avevano veri e propri deliri o allucinazioni, dal timore che qualcuno avesse abusato del figlio alla convinzione che il figlio avesse il diavolo in corpo o che non si trattasse di un figlio suo. E poi la donna manifesta pensieri ossessivi, come il fatto di sentirsi inadeguata, di credere che non sarà mai capace di essere una brava mamma. A quel punto sì che si può arrivare ad atti estremi, come uccidere se stessa e il bambino o solo il bambino: atti che vengono visti come l’unica via d’uscita possibile ad una situazione diventata insostenibile. Ma, va ribadito, sono situazioni di grave malessere e deve sempre esserci un’associazione di vari fattori di rischio.  

Si possono prevenire certi eventi? 
Sì, se chi sta attorno alla mamma coglie certi segnali e chiede aiuto. Perché la donna sta talmente male da non accorgersene. Tante delle mamme con cui ho parlato mi hanno detto: “Se mi avessero dato prima quel farmaco, che mi ha fatto sparire tutti i cattivi pensieri, adesso sarei qui col mio bambino, che era la cosa più bella che avevo”.
E invece spesso chi sta intorno non si accorge di niente o, meglio, non vuole accorgersene, perché la malattia mentale fa paura, si pensa che certe cose succedano solo in televisione. È vero, si tratta di casi eccezionali, ma le statistiche ci dicono che in Italia succedono circa 15-20 figlicidi materni all’anno, e sono comunque troppi.

A tante mamme però capita di star male dopo la nascita di un figlio e di sentirsi ‘non brave’ a fare le mamme. Perché? E’ normale?
Su questo aspetto sono ancora tanti i miti da sfatare: a cominciare da quello per cui quando si ha un figlio si deve essere sempre felici, appena nasce deve essere subito amore, quando si allatta si deve essere sempre gioiose, quando la notte il bimbo piange non ci si può neanche arrabbiare.
Portiamo in grembo un figlio che solo al 50% ha i nostri geni e che per metà è parte di un’altra persona, che quando nasce dobbiamo imparare a conoscere e ad amare. Si arriva al parto a volte dopo ore e ore di travaglio e appena ce lo mettono in grembo può capitare di pensare che non lo vogliamo neanche vedere.

Può capitare che l’allattamento non sia tutte rose e fiori, che quando vengono le ragadi verrebbe l’istinto di lanciare il neonato all’aria. Può capitare che, dopo una notte insonne, ci si chieda chi ce lo ha fatto fare di fare un figlio. Ci sta tutto, perché l’amore è una medaglia che ha due facce e c’è anche l’odio. Ma è un odio sano, che ci consente di sfogare la nostra rabbia di quel momento ma che mai ci porterebbe a trasformare certi pensieri in azioni.

Quanto conta l’ansia di perfezione nel farci sentire inadeguate? 
Conta tantissimo. Il più delle volte a farci star male è il pensiero di voler inseguire il mito della mamma perfetta, che deve essere da subito brava, competente e magari anche competitiva. Dobbiamo saper interpretare ogni pianto del bambino e riuscire a calmarlo ogni volta amorevolmente, dobbiamo riuscire ad allattare bene altrimenti ci sentiamo mamme di serie B, dobbiamo accudire con le stesse attenzioni anche gli altri eventuali figli, evitare la gelosia, seguirli nei compiti.

E dobbiamo riprendere da subito lo stile di vita di prima, essere curate come prima; dopo pochi mesi dobbiamo tornare al lavoro, e poi c’è la casa, il marito… tutto sulle nostre spalle, che ci crediamo così forti da poter sostenere tutto. Dobbiamo essere brave e non ci possiamo permettere di cedere. Ma non stiamo pretendendo troppo da noi stesse?

E quanto conta la solitudine? 
Anche la solitudine conta molto. Nel passato c’era la famiglia di origine e quando nasceva un nuovo bambino era un po’ il bambino di tutti. Oggi si è perso questo ‘cuscinetto’ e le donne si ritrovano  estremamente sole con un figlio da accudire, perché i genitori sono anziani o sono lontani, se si ha la fortuna di avere un lavoro non ci si può permettere di restare a casa troppo a lungo, il marito anche deve lavorare perché sono necessari gli stipendi di tutti e due.

E ci si vergogna ad ammettere di stare male anche con le poche persone che ci capitano intorno, perché “hai un figlio bello, bravo, sano, come è possibile che tu non sia felice?” Persino ai giardinetti, mai una mamma ti dirà che è triste, che non ama il suo bambino, che è maledetto il giorno in cui l’ha fatto, anche se tante lo pensano. E allora ancora una volta ci si sente sole.

Che consigli dare alle mamme ‘normali’?  
Quello di non pretendere troppo da noi stesse e accettare i giorni sì e i giorni no, i momenti in cui siamo più brave e meno brave. La maternità è un evento sconvolgente, la gravidanza e il parto portano stravolgimenti ormonali che possono creare scompensi e portare a sentirsi giù. Ma è normale che succeda.

Se però si nota o chi ci sta intorno nota che il senso di malessere non passa, che non si riesce a riposare bene la notte, se di giorno ci si trascura, si piange spesso e il senso di inadeguatezza verso il figlio si protrae nel tempo, è sempre meglio parlarne con un esperto, che può essere il medico di famiglia o lo psicologo del consultorio.

Molto probabilmente sarà un semplice disturbo momentaneo, una temporanea difficoltà di adattamento al nuovo ruolo, ma è fondamentale che sia una persona competente a dircelo e che eventualmente possa darci le indicazioni per superare un disturbo che può capitare ma che, affrontato nel modo giusto, si può superare anche in breve tempo.

Non c’è nulla di cui vergognarsi. Siamo donne, non wonder women…

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