martedì 9 giugno 2015

Disegni dei bambini, lo “spauracchio” del nero e dintorni. La psicologa: “Non date giudizi”

Un’amica, dopo il convegno “Il mio bambino è un artista?”della scorsa settimana a Lugo, le ha spedito il disegno di sua figlia di cinque anni: “Guardalo, è terribile”. Ma per Federica Marabini, psicologa e psicoterapeuta di formazione psicanalitica – che da Padova, dove vive, torna sempre più nella sua Faenza per lavoro – quel ritratto familiare ha una forza espressiva pazzesca. E per accorgersene, le è bastato notare i capelli che, sopra la testa, hanno le figure di mamma, papà e figlia: chi elettrici, chi sparati a destra, chi sparati a sinistra. Il disegno, in fondo, racconta molto, se non tutto, durante l’infanzia. E in quanto tale, è uno strumento di lavoro importantissimo per chi è genitore o per chi lavora come educatore. Anche se il rischio che c’è dietro l’angolo è quello di una ricerca di “significazioni” a tutti i costi, che possono far cascare i grandi nel facile tranello di interpretare le cose che già si aspettano.

Dottoressa, nel bene e nel male che cosa ci raccontano i disegni dei più piccoli?“I bambini nel disegno mettono i fantasmi che li abitano, i conflitti, i desideri e le grandi domande. Se all’inizio il disegno risponde alla necessità di lasciare una traccia e un segno nel mondo, ben presto – intorno ai due anni – acquisisce una funzione simbolica e sempre di più si asssiste a un processo di ideazione che lo precede”.
Che ruolo ha l’adulto? Deve spronare il bambino a usare colori e matite?“Incoraggiare il disegno non può far male ma in ogni caso, al pari del gioco, è una delle forme espressive più naturali per i bambini, viene da sé. Freud dice che grazie al disegno il bambino costruisce un proprio mondo. Pur nella consapevolezza che si tratta di un gioco, vi si appoggia per dare forma alla realtà”.
Capita, in alcune scuole materne, che vengano banditi il nero e in generale i colori scuri, considerati tetri se non macabri. Un approccio da stigmatizzare?“Sa tanto di giudizio, quando invece l’adulto non dovrebbe mai intralciare la libertà espressiva del bambino che, disegnando, si pone le grandi questioni della vita e della morte. Sono malizie dei grandi quelle di vederci un significato macabro. I colori vanno lasciati tutti a disposizione. Sono stata da poco a un laboratorio di Roberto Pittarello, che lavora sulla scia di Bruno Munari: lui propone addirittura alcune attività solo con il nero. Lo stesso disegno della figlia della mia amica è in bianco e nero.
Il disegno è usato anche in chiave diagnostica, magari nei casi di bimbi problematici: non c’è insito sempre quel pericolo di trarre conclusioni che non corrispondono al vero?“C’è se tralasciamo il racconto che il bambino fa del proprio disegno. Non basta osservare uno scarabocchio per capire i mondi interiori dei piccoli. Bisogna anche dar loro voce”.

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