martedì 12 maggio 2015

I sensi di colpa delle mamme

La Colpa Delle Mamme - da una mamma psicologa  

Non mi ero mai soffermata, prima d’ora, a capire che cosa fosse nello specifico il senso di colpa, convinta di non provarne in alcun modo per niente e per nessuno, ma solo nei confronti di me stessa. “A quel punto non si chiama colpa” mi dicevo “bensì responsabilità, perché scelgo sempre come comportarmi ed anche a posteriori penso sempre di decidere il mio cammino”. Poi divento mamma e la convinzione su me stessa cade, sento quello che pensavo di non provare mai: colpa per una mancanza, colpa per un errore, colpa per non essere quello che vorrei essere, per non aver fatto ciò che avrei voluto o per aver fatto ciò che non avrei voluto, colpa per aver perso il controllo su ciò che in realtà mi illudevo di controllare.

Dopo la mattinata a lavoro, corro a casa a mangiare e rimettere tutto in ordine, prima che arrivi il momento di andare a riprendere la mia bambina dall’asilo. Alcune volte, dopo aver mangiato un boccone volante, mi sento così stanca che non mi va di rialzarmi dalla sedia. Rubo il tempo alla giornata, per guardare la tv, navigare nel mare interattivo, leggere un libro. Mi guardo intorno, vedo i panni da piegare, il giubbotto abbandonato sulla sedia insieme alla borsa, il giochino della bambina ancora sul tappeto e sento di non essere apposto, di essere stata mancante in qualcosa, mi dico in maniera conflittuale: “Ho fatto bene a prendere del tempo per me, mi sentivo proprio stanca!” e “Certo che scansafatiche!!! Ma come si fa a sentirsi così stanche dopo aver lavorato solo una mattinata con i bambini? E poi, sentirsi affaticati non è un buon motivo per trascurare la casa. Le mamme di prima come facevano?”.
Esco da casa e durante il tragitto in macchina, non vedo l’ora di riabbracciare la bambina, anche se sono passate solo due ore da quando l’ho salutata. Quando arrivo, mi vede da lontano, attraverso la porta finestra dell’asilo, mi indica con la manina e il suo sorriso a 5 denti (stanno aumentando) mi entra dentro. Baci e abbracci iniziali, un momento che vorrei potesse durare un’eternità, una gioia immensa di pochi secondi interminabili. Dopo la quiete c’è sempre la tempesta e viceversa, i famosi “corsi e ricorsi storici”; così, dopo il momento da soap-opera, arriva la protesta della cucciola inferocita contro il mio tentativo di farle indossare il giubbotto.
Quanta pazienza, respiri lunghi e conta fino a 100, 10 è troppo poco. Temporeggio alzando gli occhi al Cielo, mentre cerco di calmarla, e finalmente siamo pronte per andare a casa. Ci fermiamo a giocare un po’ all’aperto, ma con questo freddo non è sempre possibile. Passiamo il pomeriggio insieme, a fare varie attività: giocare con le pentoline, gli strumenti musicali, il trenino, gli incastri, facciamo dei capolavori d’arte (ha iniziato a sperimentare il potere del colore sul foglio di carta, sul divano, sui miei libri). Le attività si alternano e di nuovo un altro momento di tempesta: inizia la sua insistenza, alle volte mi viene da chiamarla ossessione, per avere il cellulare in mano. Ricorda dove l’ho poggiato l’ultima volta. Le propongo altro e lei protesta. Alle volte cedo e proviamo a vedere insieme qualche video-cartone, ad ascoltare delle canzoncine per bambini, ma dopo poco inizia a premere tutto, fa chiamate, manda messaggi criptici, sposta le icone dello schermo, alcune non le ritrovo più ed altre non so nemmeno se sono mai esistite sullo screen. In quel momento inizio ad innervosirmi, vedo che non ne fa buon uso e realizzo potentemente (pur sapendolo in partenza) che non è adatto a lei. Lo levo dalla sua portata e lei si butta per terra per dimostrare il suo dissenso (è una new-entry). Cerco di ignorarla, so che se do retta a questo suo comportamento, lo ripeterà più volentieri, ma nella mia testa si ammassano tanti pensieri che litigano tra loro: “Potrei essere più paziente!”, “Ci sono delle regole da rispettare!”, “L’I-phone non è adatto ad una bambina della sua età”,“È ancora piccola per concentrarsi di più”, “Sono io che non la coinvolgo abbastanza e per questo vuole sempre l’I-phone”, “Che stanchezza!!!”, “Non mi devo sentire stanca”, “Non la sopporto quando si butta per terra e fa la lagna”, “Non è bello pensare che non sopporto mia figlia in alcuni momenti”, “È proprio piacevole passare il tempo con lei”, “Non vedo l’ora di dedicare un pomeriggio tutto per me”, “Vorrei trovare un lavoro full-time”, “Devo passare tutto il tempo possibile con lei”, “Non ce la faccio più”, “Vorrei che qualcuno mi aiutasse”, “So cavarmela da sola”, “Sono esausta”, “Sto facendo la tragedia greca senza motivo”, “Le altre mamme sono più pazienti di me”, ecc…
Eccolo esemplificato il senso di colpa, quel dialogo tra te e te, su cui investi energie a vuoto, ma che cos’è nello specifico? Ho trovato una definizione interessante: “L’emozione di colpa è definita come una risposta spiacevole alla constatazione di aver ingiustificatamente trasgredito una norma o causato un danno ad altri con un’azione o con la sua omissione, assumendosene la responsabilità; la prima funzione del senso di colpa è quella di comunicare, a sé e agli altri, di essere colpevoli (…) L’emozione della colpa è un’emozione sociale in quanto richiede qualcuno verso cui sentirsi in colpa; è intrinsecamente necessario il riferimento all’altro” (Anna Bosetti,http://www.tesionline.it/v2/appunto-sub.jsp?p=60&id=370).
Parlando del senso di colpa come emozione che si svolge, quindi come processo, ciò che avviene è un dialogo interno tra due Stati dell’Io: quello Genitore e quello Bambino che guerreggiano in un conflitto che produce malessere.
Lo Stato dell’Io genitore è costituito da quell’insieme di comportamenti, pensieri ed emozioni che sono stati copiati dalle figure genitoriali. Per individuare questo stato dell’Io, potete chiedervi: “Cosa direbbe mia madre o mio padre in questa situazione?”. Quando mi muovo a partire dal Genitore, posso comportarmi in modi che copiano i miei genitori nel loro ruolo normativo (quando impartivano le regole) o nel loro ruolo affettivo (quando si prendevano cura di me). Nel riproporre le regole genitoriali, posso usarle per proteggere mio figlio e promuoverne il benessere oppure usarle per svalutarlo, criticarlo e sminuirlo. Nelle dimostrazioni d’affetto, posso prendermi cura di mio figlio con rispetto e autenticità oppure aiutarlo da una posizione di superiorità svalutante.
Lo Stato dell’Io bambino è quell’insieme di comportamenti, pensieri ed emozioni che vengono riproposti dall’infanzia. Per individuare lo Stato dell’Io Bambino, potete chiedervi come vi siete sentiti da bambini in una data situazione e come vi sentite in questo momento di fronte ad una situazione similare (noterete la probabile invarianza di emozioni). Quando mi muovo a partire dallo Stato dell’Io bambino, posso riproporre dei modi che avevo scelto da bambino per adattarmi alle richieste dei miei genitori oppure ribellarmi ad esse (dipendendo sempre da quelle richieste) o ancora comportarmi liberamente, utilizzando la mia creatività.
Voglio sottolineare il fatto che gli Stati dell’Io sono un modello che serve a spiegare teoricamente la personalità, non sono parti personificate e scisse, ma sono degli aspetti della nostra personalità e siamo sempre noi ad agire.
Il senso di colpa è diretta conseguenza di quel dialogo interno tra Stato dell’Io genitore e Stato dell’Io bambino (non mediato dall’intervento dell’Adulto), che continuiamo a portare avanti dal’infanzia, secondo il quale ci critichiamo come avevano fatto le nostre figure di attaccamento con noi e proviamo quelle emozioni antiche nel constatare che ciò che facevamo, pensavamo o provavamo non era accettato da loro.
Quando le critiche del Genitore attanagliano la libertà del Bambino, il suo sentire, la persona si proibisce di provare alcune emozioni ed avverte una responsabilità per l’altro che non gli compete. Tale responsabilità è così grande che diventa colpa per sé stessi, senso di incapacità, di inadeguatezza, in quanto il bambino non sa oggettivamente far fronte a richieste adultocentriche. Diventa così qualcosa di radicato, di non rintracciabile consapevolmente nella nostra vita, ma talmente automatizzato che di fronte alla discrepanza tra l’ideale e il reale, il senso di colpa si nasconde tra le pieghe delle sofferenze per emergere con tutta la sua carica ad ogni atto mancato, errore commesso, pensiero azzardato.
Oggi, come donne, ci confrontiamo con aspettative irrealistiche di una maternità idilliaca, nella quale tutto fila liscio con il bambino, con la casa, il lavoro e la propria femminilità. Figlie di una generazione ormai lontana, in cui la distribuzione dei ruoli familiari era netta (moglie in casa ad accudire i figli e mariti fuori a lavorare), i vecchi slogan genitoriali si fanno macigni nelle nostre menti di fronte alla palese difficoltà che viviamo nel gestire i vari ambiti della nostra vita e i vari ruoli.
Di fronte alla realtà di un figlio in carne ed ossa, ci scontriamo con la nostra immagine idealizzata rispetto alla maternità (la madre che accoglie, che è paziente, che non si sente mai stanca o affaticata, che è sempre disponibile e non si arrabbia mai, che sa gestire bambino e casa e marito, che sa tenere tutto sotto controllo). Ci ritroviamo a tirare le somme e pensare di non essere buone in nessun caso: una madre che lavora fuori casa si sente in colpa perché non bada al bambino tutto il giorno, una madre che lavora in casa si sente in colpa al minimo cenno di stanchezza, una moglie che dedica tutto il tempo al figlio, si sentirà in colpa per aver trascurato il proprio marito, una madre che voglia prendersi del tempo per sé si sentirà in colpa per aver “sprecato” il tempo che avrebbe potuto dedicare al proprio figlio. Strato dopo strato, il senso di colpa diventa un circolo vizioso per cui ogni nostra azione contribuisce ad aumentarlo e sentendoci in colpa, ci sentiremo sempre incomplete nei vari spazi vitali.
L’unico modo per uscire da questo circolo vizioso è:
  • soffermarci e riflettere sull’immagine di MADRE che abbiamo nella nostra mente, quell’Ideale dell’Io a cui aspiriamo tanto ardentemente, ma che non riusciamo a raggiungere. Una volta visualizzata e descritta l’aspettativa sulla Maternità ideale,
  • proviamo a metterla in discussione, a confutarla, confrontandola con la nostra realtà (es. mi sento in colpa per aver detto “No!” a mio figlio e lui piange. Se la regola impartita è importante, sto insegnando a mio figlio a proteggersi e non a farsi male, per cui non sono “colpevole” per il senso di frustrazione che sta vivendo di fronte al limite, ma sono responsabile della sua sicurezza; altro es. mi sento in colpa per non riuscire a tenere in ordine la casa, come faceva mia madre. Lavoro tutto il giorno fuori, mentre mia madre lavorava in casa. Come posso essere colpevole se manco oggettivamente da casa?);
  • ricordiamoci sempre che noi siamo responsabili delle nostre emozioni, ma in nessun modo siamo responsabili delle emozioni degli altri. Questo significa che in una relazione, io mando uno stimolo all’altro e l’altro lo legge secondo il suo sistema di riferimento (per questo ogni persona ha una reazione soggettiva di fronte alle stesse situazioni);
  • nutriamo la nostra autostima, attraverso le carezze (vedi articolo: http://unamammapsicoterapeuta.altervista.org/io-ti-vedo-le-carezze/);
  • investiamo le nostre energie per imparare dai nostri errori e piuttosto che rimuginare e punirci, nel tentativo di espiare colpe di danni vissuti come irreparabili, migliorare il nostro comportamento concretamente.
Alla fine della fiera, la vera ed unica “colpa” delle mamme quale è, se non quella di voler essere e voler dare il meglio assoluto ai propri figli?
Ho cercato di spiegare sommariamente a che cosa corrisponde un’emozione così complessa come quella della colpa e sono consapevole che ci sarebbe tanto altro da dire. Adesso tocca a voi: aggiungete la vostra esperienza ed arricchiamoci le une delle colpe delle altre ;D
Una abbraccio e buona riflessione come sempre…

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